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Patologie

Cos’è l’angina pectoris

L’angina pectoris è una patologia caratterizzata da un forte dolore nel torace, che spesso si può diffondere fino al braccio sinistro o fino anche alle spalle. L’attacco di angina è generalmente scatenato da attività fisica o stress e di solito dura solo qualche minuto.

Tale disturbo cardiaco si presenta quando l’apporto di sangue ai muscoli del cuore è limitato, perché le arterie si induriscono e si restringono.

A differenza dell’infarto, l’angina pectoris è una condizione reversibile che non causa la necrosi di una parte del cuore.

Sintomi della angina pectoris

Il principale sintomo dell’angina pectoris è un dolore intenso nella zona toracica che può a volte diffondersi al braccio sinistro, al collo, alla mascella o alla schiena.

I sintomi dell’angina pectoris si manifestano soprattutto tra gli adulti di età avanzata, sia uomini che donne.

Chi è affetto da angina può avere anche altri sintomi come:

  • difficoltà respiratorie
  • sensazione di malessere
  • sensazione di stanchezza anomala
  • vertigini

Cause della angina pectoris

L’angina pectoris è causata da una drastica diminuzione del flusso sanguigno verso i muscoli del cuore. In tale condizione, detta anche ischemia miocardica transitoria, l’apporto di sangue è insufficiente a soddisfare le esigenze del miocardio.

L’angina è spesso causata dall’aterosclerosi, una malattia cardiovascolare in cui le arterie si induriscono e si restringono per un accumulo di sostanze grasse (placche), che possono determinare una limitazione dell’apporto di sangue al cuore.

I fattori di rischio dell’aterosclerosi includono:

  • Età avanzata
  • Fumo
  • Dieta ricca di grassi
  • Obesità

Angina pectoris stabile

Angina pectoris stabile, detta anche da sforzo, è caratterizzata da sintomi che generalmente si sviluppano in modo graduale nel tempo e si possono verificare durante sforzi fisici impegnativi o si è in condizioni di forte stress emotivo. I sintomi dell’angina stabile durano pochi minuti e possono essere alleviati assumendo nitroglicerina.

Angina pectoris instabile

In casi di angina instabile, o sindrome pre-infartuale, i sintomi si sviluppano rapidamente, possono persistere anche a riposo e durare più di 30 minuti. L’angina instabile si può dividere in:

  • ischemia silente, caratterizzata da una discrepanza tra consumo e apporto di ossigeno al miocardio;
  • angina variante di prinzmetal, che prevede la comparsa di angina a riposo e non durante sforzi fisici notevoli.

L’angina instabile è segno che ci sono dei problemi cardiaci, aumentando il rischio di avere un attacco di cuore o un colpo apoplettico.

Cure per la angina pectoris

Per trattare al meglio l’angina è necessario:

  • rilevare i sintomi durante un attacco di angina
  • ridurre il numero di attacchi di angina di una persona
  • prevenire la limitazione dell’apporto di sangue al cuore che può provocare un attacco cardiaco o un colpo apoplettico

La terapia farmacologica intende migliorare la funzione del microcircolo o ridurre la percezione del dolore toracico. La terapia tradizionale prevede l’assunzione di farmaci anti-ischemici, tra cui molto usati sono i beta bloccanti. Questi farmaci hanno la proprietà di inibire i recettori beta adrenergici, cioè i recettori delle proteine che legano l’adrenalina e la noradrenalina, i neurotrasmettitori del sistema nervoso simpatico che agiscono sulla contrazione del cuore e sulla dilatazione dei vasi coronarici.

La chirurgia è raccomandata solo quando altre forme di trattamento dell’angina instabile non risultano efficaci. Per ridurre il rischio che sopraggiungano altre patologie cardiache più gravi, ci sono due tipi di interventi chirurgici usati:

  1. bypass aortico coronario: da un’altra parte del corpo viene prelevata una sezione del vaso sanguigno e usata per deviare il flusso sanguigno oltre la sezione bloccata o ristretta dell’arteria;
  2. angioplastica: la sezione ristretta dell’arteria viene allargata attraverso l’uso di un piccolo tubo.

Quando rivolgersi al medico

L’angina instabile è da considerarsi un’emergenza medica, perché è un segno che la funzione del cuore sta manifestando rapidamente dei problemi. Dunque, per ridurre il rischio di complicazioni come un colpo al cuore o colpo apoplettico, è bene consultare un medico.

Consigli del farmacista

Si può ridurre il rischio di sviluppo di complicazioni effettuando una serie di cambiamenti nel proprio stile di vita. Poiché il fumo e l’obesità sono due fattori di rischio, è bene smettere di fumare e raggiungere un peso sano.

Appendicite

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Cos’è l’appendicite

L’appendicite è l’infiammazione dell’appendice, un tubetto situato alla fine dell’intestino crasso.

L’appendicite si trova a destra o sinistra? Nella parte inferiore destra dell’addome.

Di solito, l’infiammazione dell’appendice si presenta nelle persone tra i 10 e i 30 anni di età, quindi anche nei bambini si possono manifestare i sintomi dell’appendicite.

Sintomi dell’appendicite

I sintomi iniziali dell’appendicite comprendono un dolore al centro dell’addome, poi si diffonde nella parte inferiore del fianco destro e progressivamente peggiora.

Oltre alla sintomatologia dolorosa, altri sintomi che aiutano a comprendere che si tratta di appendicite sono:

  • inappetenza;
  • nausea;
  • vomito;
  • stitichezza;
  • diarrea e gonfiore addominale;
  • febbre (da 37 a 39 °C).

In molti casi si manifestano anche altri sintomi di appendicite come:

  • dolore all’addome, schiena e retto;
  • minzione dolorosa e difficoltosa;
  • gravi crampi;
  • costipazione o diarrea con meteorismo.

Cause dell’appendicite

Non si conoscono con certezza le cause dell’appendicite. Tra i possibili fattori che determinano l’infiammazione dell’appendice ci sono:

  • Dieta scorretta;
  • Infezione gastrica che si estende all’appendice;
  • Infiammazione per la presenza di feci nell’appendice.

L’infiammazione può essere causata da piccoli pezzi di feci che rimangono incastrati nell’appendice, perché è connessa all’intestino crasso dove si formano le feci. Nell’appendice i batteri si moltiplicano, causando la formazione di pus e provocando un rigonfiamento.

Trattamento e cura per l’appendicite

Un’alimentazione corretta può aiutare a combattere l’appendicite. La dieta più indicata prevede:

  • In caso di dolori, digiuno completo per 2-3 giorni con pratica di un clistere di acqua calda, da circa mezzo litro, una volta al giorno per ripulire l’intestino.
  • Dopo il terzo giorno si può iniziare una dieta a base di succhi di frutta.
  • Dopo 3 giorni a base di succhi di frutta, il paziente può iniziare una dieta basata su 3 pasti al giorno di frutta fresca e succosa che, gradualmente e parallelamente alla remissione dei sintomi acuti, può essere integrata con l’assunzione di frutta secca, vegetali e cereali.

In caso di appendicite cronica, è bene seguire una dieta ricca di latte che prevede due fasi:

  1. I primi 15 giorni si consiglia di assumere un bicchiere di latte ogni 2-3 ore;
  2. Successivamente si può integrare il latte con frutta fresca e verdure a foglia verde.

La dieta può aiutare in caso di appendicite, ma se l’appendice gonfia non viene rimossa con un intervento chirurgico, l’infezione potrebbe diffondersi in altre parti del corpo, infettando la zona addominale (peritonite) e provocando un ascesso.

La rimozione chirurgica dell’appendice, detta appendicectomia, può essere effettuata in laparoscopia. Con questa moderna tecnica vengono praticate piccole incisioni e l’appendice viene rimossa utilizzando speciali strumenti chirurgici dedicati.

Questo tipo di intervento garantisce un decorso post-operatorio con minori rischi di complicanze e in un tempo inferiore rispetto a quello eseguito con la tradizionale laparotomia.

L’intervento in laparotomia, con cui si rimuove l’appendice dopo aver praticato un’incisione sulla parte inferiore destra dell’addome, viene eseguito quando l’infezione è stata scoperta in ritardo e l’appendice è già scoppiata con la presenza di un ascesso. Se l’ascesso all’appendice viene individuato in tempo, viene di solito trattato con un drenaggio chirurgico, che prevede l’introduzione di un piccolo tubo attraverso la parete addominale. In questo caso, il paziente viene trattato con terapia antibiotica per circa 15 giorni prima di procedere al definitivo intervento di rimozione chirurgica.

L’appendicite deve essere trattata chirurgicamente anche in gravidanza, perché l’infezione dell’appendice espone la gestante e il feto a rischi e possibili complicanze anche fatali.

Quando rivolgersi al medico

L’appendicite non trattata può scoppiare o perforarsi, diffondendo l’infezione nella cavità addominale, causando la peritonite con conseguenze anche fatali.

L’appendicite, quindi, è una emergenza medica che generalmente richiede un’operazione chirurgica d’urgenza per rimuovere l’appendice infiammata.

Di conseguenza, se compare un forte dolore nella parte inferiore destra dell’addome e si diffonde improvvisamente e rapidamente, è bene andare subito al pronto soccorso.

Consigli del farmacista

In caso di appendicite è consigliabile evitare di assumere alcuni cibi, quali:

  • cibi fritti;
  • farina e cereali raffinati;
  • caffè e te;
  • zucchero bianco;
  • pepe e altre spezie;
  • alcol.

Bulimia

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Cos’è la bulimia

La bulimia o bulimia nervosa è un disturbo del comportamento alimentare. Chi ne soffre alterna fasi di abbuffate, o nutrizione incontrollata, a fasi di condotte compensatorie che prevedono:

  • Vomito auto indotto,
  • Assunzione impropria di lassativi,
  • Dieta altamente restrittiva,
  • Attività fisica estenuante.

Sintomi della bulimia

Le persone affette da bulimia presentano alcuni sintomi iniziali quali:

  • Eccessivo esercizio fisico;
  • Guance gonfie;
  • Tagli o cicatrici sulle nocche delle mani, dovute all’eccessiva induzione di vomito;
  • Occhi con capillari rotti;
  • Preoccupazione eccessiva per l’immagine del corpo o del peso.

Le crisi bulimiche sono di solito caratterizzate dalla rapidità dell’ingestione del cibo, senza distinzione di tipologia. L’abbuffata spesso arriva fino all’eccesso.

Dopo la crisi di bulimia è il frequente il ricorso a comportamenti compensatori per evitare che, a causa dell’abbuffata, ci sia un aumento di peso. Tra i metodi compensatori ci sono:

  • L’autoinduzione del vomito;
  • Un uso inappropriato di lassativi e diuretici;
  • Digiuno nei giorni successivi all’abbuffata;
  • L’esercizio fisico eccessivo.

Cause della bulimia

Le cause della bulimia sono di tipo psicologico, spesso di origine depressiva o ansiosa, e collegate a un disturbo dell’autostima. Questo disturbo dell’alimentazione si verifica di solito dopo una serie di tentativi di dieta.

Differenza tra anoressia e bulimia

La bulimia e anoressia sono due diversi disturbi del comportamento alimentare.

L’anoressia è caratterizzata da una patologica riduzione e controllo delle calorie ingerite, che porta chi ne è affetto a drastiche riduzioni di peso, tanto da compromettere il proprio stato di salute fisico e mentale in modo grave e, a volte, letale.

Mentre la bulimia porta ad abbuffare o ingestioni incontrollate di cibo e successivi metodi compensatori per evitare l’aumento di peso, nelle persone anoressiche i comportamenti volti alla riduzione di peso (eccesso di esercizio fisico o assunzione di lassativi) mirano unicamente a ottenere una progressiva restrizione calorica.

Conseguenze della bulimia

Il frequente ricorso a comportamenti compensatori può creare alterazioni dell’equilibrio elettrolitico e dei fluidi, come:

  • Ipopotassiemia, la riduzione della concentrazione di potassio nel sangue;
  • Iponatriemia (o iposodiemia), bassa concentrazione del sodio nel plasma;
  • Ipocloremia, la diminuzione della concentrazione dello ione cloro nel sangue;
  • Alcalosi metabolica (aumento del bicarbonato sierico) dovuta alla perdita di succo gastrico acido;
  • Acidosi metabolica dovuta all’abuso di lassativi per indurre diarrea;
  • Perdita dello smalto dentale, specialmente a livello dei denti incisivi;
  • Nei casi più avanzati, aumento di carie e scheggiature a livello dentale.

Trattamento e rimedi per la bulimia

Per capire come smettere di avere attacchi di bulimia è importante considerare che l’approccio terapeutico richiede l’intervento di più professionisti della salute, quali:

  • gastroenterologi;
  • dietologi;
  • psicologi;
  • psichiatri.

Il primo passo per la cura della bulimia è valutare le condizioni mediche del paziente affetto da bulimia e trattare le complicanze derivate dall’eccessiva ingestione di cibo e dall’abuso di lassativi, oltre che dal vomito auto indotto.

Successivamente, è utile la prescrizione di una dieta adeguata e di una terapia per ripristinare le corrette abitudini alimentari.

Il percorso terapeutico prevede delle sedute di psicoterapia (individuale, di gruppo o familiare) per intervenire sugli aspetti psichici della bulimia e sulle eventuali patologie psichiche legate al disturbo alimentare (disturbi di personalità, depressivi o ansiosi).

A volte vengono prescritti degli psicofarmaci, in particolare gli antidepressivi, perché la loro assunzione ha come effetto una drastica riduzione del numero di crisi bulimiche.

Come guarire dalla bulimia

La bulimia è una condizione medica che non può essere trattata autonomamente. Per guarire è necessario incoraggiare la persona affetta da bulimia a chiedere la consulenza di specialisti. Sono da evitare commenti critici negativi, mentre è consigliabile aiutare la persona malata a vedere oltre i problemi del peso e del cibo.

Una persona affetta da bulimia può considerarsi guarita se:

  • Ha ritrovato delle abitudini alimentari equilibrate.
  • Assume un atteggiamento sano nei confronti del cibo.
  • Ha un peso normale e non è sottopeso.

Quando rivolgersi al medico

È importante rivolgersi al medico quando si verificano:

  • Abbuffate ricorrenti, caratterizzate da consumo di grandi quantità di cibo e sensazione di perdita di controllo sull’atto di mangiare.
  • Ricorrenti e inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, come il vomito autoindotto, uso di lassativi, estenuante attività fisica.
  • Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano in media almeno una volta alla settimana per tre mesi.
  • La bassa autostima è fortemente influenzata dal peso e dalla forma del corpo.
  • Gli attacchi di bulimia non si manifestano solo nel corso di attacchi di anoressia nervosa.

Consigli del farmacista

La dieta corretta per una persona bulimica deve alternare i cibi e prevedere almeno un alimento per ciascun gruppo fondamentale degli alimenti. In questo modo, nel lungo termine, si favorisce la copertura dei vari bisogni nutrizionali.

Se l’intervento è stato particolarmente invasivo, può essere necessario fare un ciclo di fisioterapia con esercizi di riabilitazione per rinforzare la parete addominale.

Gengivite

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Cos’è la gengivite

La gengivite è un’infiammazione della superficie gengivale. Spesso la gengivite rappresenta l’esordio di una patologia piuttosto seria, la parodontite, detta anche piorrea o gengivite espulsiva,che intacca la parte ossea minando la stabilità del dente che comincia a dondolare.

La gengivite si manifesta sia negli adulti che nei bambini con la stessa sintomatologia:

  • Arrossamento
  • Gonfiore
  • Sensazione di calore
  • Sanguinamento gengivale.

Sintomi della gengivite

La gengivite è un’infiammazione superficiale delle gengive, che provoca:

  • Sanguinamento gengivale, che può essere spontaneo o manifestarsi quando avviene lo spazzolamento;
  • Gonfiore, dovuto all’infiammazione e all’edema;
  • Colore rosso delle gengive, dovuto a un maggiore apporto ematico che cambia la naturale colorazione rosea;
  • Alitosi, ossia l’alito cattivo provocato dai batteri nocivi che sono causa della gengivite.

In uno stadio avanzato l’infiammazione si accompagna a sintomi più gravi come:

  • La comparsa di spazi tra i denti;
  • Recessioni gengivali con esposizione di notevoli porzioni di denti;
  • Eccessiva mobilità dentale.

Una forma di gengivite particolarmente severa è la gengivite acuta ulcerativa necrotizzante, che insorge soprattutto nei pazienti debilitati ed è dovuta all’infezione sinergica di specifici microrganismi anaerobi. I sintomi tipici di questa forma acuta di gengivite sono:

  • febbre,
  • ulcerazioni,
  • marcata alitosi,
  • dolore intenso.

Cause della gengivite

Il processo infiammatorio che porta alla gengivite può essere causato sia da batteri per scarsa igiene orale che da traumi alla gengiva come quelli dovuti a uno spazzolamento troppo energico.Tra le cause del sopraggiungere della gengivite ci sono anche interventi di restauro dentale mal riusciti o peggiorati dal tempo.

Il rischio che si sviluppi la gengivite aumenta notevolmente in caso di:

  • Predisposizione genetica;
  • Gravidanza e pubertà – le forti fluttuazioni ormonali favoriscono l’insorgenza di gengivite;
  • Diabete.

Altri fattori che possono favorire la comparsa di gengivite sono:

  • fumo (per le sostanze tossiche in esso contenute),
  • indebolimento delle difese immunitarie,
  • stress,
  • scorretto regime alimentare,
  • alcolismo,
  • deficit vitaminico,
  • terapia a lungo termine con antidepressivi e corticosteroidi.

Gengivite espulsiva

In alcuni casi la gengivite è la forma d’esordio della malattia parodontale, nota anche come gengivite espulsiva. Tale patologia interessa l’insieme di strutture che circondano il dente, ossia:

  • la gengiva,
  • l’osso che sostiene il dente,
  • il cemento della radice,
  • il legamento che tiene il dente ancorato all’osso.

Se la gengivite evolve in parodontite, il solco gengivale si retrae, allontanandosi dal dente e formando le tasche parodontali dove si accumula la placca. L’aumento di questi depositi insieme all’attività batterica determinano un processo irritativo caratterizzato da gonfiore e infiammazione delle gengive. L’infiammazione può poi propagarsi al parodonto ed estendersi alle ossa che fanno da base ai denti; in questo modo si indeboliscono lentamente i denti fino al punto da cadere.

Come curare la gengivite

I batteri e la placca dentale hanno un ruolo di primo piano nell’insorgenza della gengivite. Il primo trattamento per curare la gengivite, utile anche a scopo preventivo, è basato sulle comuni pratiche di igiene orale, con spazzolino da denti con setole morbide (per evitare di irritare ancor più le gengive gonfie e infiammate) e filo interdentale (per rimuovere eventuali residui di cibo tra i denti). Per alleviare il dolore bruciante derivato dalla infiammazione alle gengive si può utilizzare un collutorio ad azione antisettica e disinfettante a base di clorexidina.

Il dentista, invece, interviene eliminando i depositi di tartaro dalle superfici dentali e radicolari e correggendo eventuali fattori irritanti come carie o restauri debordanti.

Spesso, queste norme portano ad una completa guarigione dei tessuti gengivali senza alcun danno residuo. In alternativa, si procede con una terapia farmacologica. In tal caso, la cura della gengivite prevede:

  • Farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) per eliminare l’infiammazione e alleviare il dolore, come Ibuprofene, Naproxene e Acido acetilsalicilico;
  • Farmaci corticosteroidi ad uso topico, che esercitano una potente attività antinfiammatoria, come Idrocortisone.

Rimedi per la gengivite

Alcuni rimedi per curare la gengivite sono:

  • Limitare i contatti con sostanze irritanti e tossiche;
  • Bere infusi di Malva (Malva sylvestris), pianta indicata in caso di gengivite perché lenisce l’infiammazione;
  • Applicare Aloe vera gel direttamente sulle gengive per un’azione lenitiva e antinfiammatoria.

Quando rivolgersi al medico

Se si manifestano i sintomi tipici della gengivite è opportuno rivolgersi ad un dentista per valutare il problema e seguire una cura. Una gengivite non trattata in modo adeguato può degenerare in parodontite, tasche gengivali e retrazioni gengivali, fino alla caduta dei denti.

Consigli del farmacista

Per la gengivite si consiglia di:

  • Effettuare sciacqui con perossido di idrogeno mischiato ad acqua di rubinetto per velocizzare la guarigione dalla gengivite. L’acqua ossigenata è un agente antibatterico utilizzato anche come prodotto sbiancante per denti
  • Evitare la carenza di vitamine, in particolare di calcio.

Mastite

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Cos’è la mastite

La mastite è un’infezione della mammella che si verifica spesso durante il periodo dell’allattamento. La mastite più comunemente colpisce le donne che stanno allattando (mastite da allattamento). Tuttavia, l’infezione alla mammella può essere causata da una cisti sebacea o da un’infiammazione dei dotti dilatati (galattoforite).

Sintomi della mastite

I sintomi tipici della mastite sono:

  • Calore al tatto
  • Sensazione di malessere generale
  • Seno indurito e dolorante
  • Capezzoli gonfi
  • Arrossamento della pelle
  • Dolore o una sensazione di bruciore continuo o durante l’allattamento

Inoltre, si manifesta una sintomatologia simile a quella influenzale, caratterizzata da:

  • aumento della temperatura corporea con febbre anche superiore a 38° C,
  • dolori muscolari e brividi,
  • malessere.

Cause della mastite

Ecco le più comuni cause della mastite:

  • Ostruzione dei condotti che trasportano il latte.
  • Latte stagnante in un seno che non è svuotato abbastanza. Un ingorgo mammario in genere è dovuto a poppate poco frequenti o ad un attacco al seno non corretto.
  • La presenza di ragadi del capezzolo. Dalla superficie della pelle e dalla bocca del bambino nei condotti del latte possono entrare batteri attraverso le ragadi al seno, ossia screpolature o addirittura tagli, talvolta profondi.
  • Stress e stanchezza;
  • Alimentazione scorretta.

Altre cause scatenanti l’infezione al seno sono:

  • Neoplasia che ha creato un ascesso per necrosi di parte del tumore;
  • Liponecrosi che in un secondo momento è degenerata in ascesso.

Mastite carcinomatosa

Ecco le più comuni cause della mastite:

  • Ostruzione dei condotti che trasportano il latte.
  • Latte stagnante in un seno che non è svuotato abbastanza. Un ingorgo mammario in genere è dovuto a poppate poco frequenti o ad un attacco al seno non corretto.
  • La presenza di ragadi del capezzolo. Dalla superficie della pelle e dalla bocca del bambino nei condotti del latte possono entrare batteri attraverso le ragadi al seno, ossia screpolature o addirittura tagli, talvolta profondi.
  • Stress e stanchezza;
  • Alimentazione scorretta.

Altre cause scatenanti l’infezione al seno sono:

  • Neoplasia che ha creato un ascesso per necrosi di parte del tumore;
  • Liponecrosi che in un secondo momento è degenerata in ascesso.La mastite carcinomatosa o carcinoma infiammatorio è una varietà aggressiva di cancro al seno che infiltra i vasi linfatici della cute e conferisce alla pelle della mammella un aspetto tipico “a buccia d’arancia” con segni dell’infiammazione della parte interessata che diventa rossa, tumefatta e dolente.

Trattamento e rimedi per la mastite

Poiché il fattore scatenante è spesso la stasi del latte, se i sintomi della mastite sono poco intensi e presenti da meno di 24 ore, si può intervenire rimuovendo il latte. Per fare ciò può essere utile spremere il latte manualmente o tramite un tiralatte per completare la sua rimozione.

Se nonostante i rimedi il disturbo non si risolve in modo positivo, si interviene con la terapia a base di antibiotici somministrati per via orale per circa due settimane. Gli antibiotici più utilizzati per curare la mastite sono:

  • Cefapirina
  • Cloxacillina
  • Clindamicina
  • Acido clavulanico
  • Flucloxacillina

Se il dolore al seno è molto forte, possono essere assunti anche degli antidolorifici, come l’ibuprofene (compatibile con l’allattamento).

In casi gravi, può essere necessario il drenaggio chirurgico, ossia una incisione alla mammella per rimuovere il pus accumulato nell’ascesso.

Rimedi naturali per la mastite

I rimedi naturali in caso di mastite al seno mirano alla rimozione del latte che ristagna nel seno, una delle principali cause dell’infezione. Per fare ciò si può intervenire con impacchi caldi e massaggi dall’attaccatura del seno verso il capezzolo, in modo da favorire la fuoriuscita del latte.

Quando rivolgersi al medico

Se i segni della mastite persistono, è bene rivolgersi ad un medico per curare in modo adeguato l’infezione alla mammella. In questo modo si evita che la mastite possa complicarsi causando un ascesso, che di solito si toglie con il drenaggio chirurgico.

Se non si verifica un miglioramento clinico dopo 2-3 giorni di terapia antibiotica, il medico spesso chiede di effettuare un’ecografia della mammella per verificare se c’è la presenza di un ascesso mammario. Se l’infezione è grave, allora si può procedere anche con un esame colturale del latte materno.

Consigli del farmacista

Per prevenire la formazione di mastite è consigliabile praticare un massaggio del seno durante la poppata, iniziando dall’area bloccata e procedendo verso il capezzolo per contribuire al drenaggio del latte. Dopo la poppata è bene utilizzare anche un tiralatte per rimuovere il latte residuo.

Per prevenire le ragadi al seno, veicolo di batteri che possono provocare la mastite, si consiglia di applicare localmente dei prodotti specifici come Ragaden della Rilastil, lozione specifica per una corretta igiene topica del capezzolo, favorendo la protezione dei tessuti.

Laparocele

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Cos’è il laparocele

Il laparocele (o ernia post laparotomica) è un’ernia che si forma sull’addome dove è presente una cicatrice per un intervento di chirurgia tradizionale.

A distanza di tempo nelle incisioni chirurgiche praticate sull’addome si può verificare un cedimento della parete muscolo-fasciale attraverso cui il peritoneo – membrana che separa gli organi interni dalla parete addominale – fuoriesce dalla sua posizione originaria. Tale condizione provoca un gonfiore in corrispondenza della cicatrice chirurgica.

Il laparocele può portare a complicanze tipiche di tutte le ernie della parete addominale, ossia:

  • tendenza a ingrandirsi,
  • problemi nella crescita della pelle che lo ricopre.

A volte le complicanze del laparocele possono richiedere un intervento chirurgico d’urgenza, come nel caso della “strozzatura”, ossia quando il tratto di viscere erniato (cioè fuoriuscito) non riceve più il giusto apporto sanguigno, causando la morte (o necrosi) delle cellule per assenza di ossigeno e nutrimento.

Sintomi del laparocele

In genere i sintomi del laparocele addominale sono fastidio o dolore in caso di:

  • affaticamento,
  • esercizio fisico,
  • lunghe camminate,
  • stare in piedi a lungo
  • sforzi addominali intensi (tosse, starnuti, defecazione).

A volte il laparocele è visibile, ma non provoca alcun disturbo.

Cause del laparocele

Il laparocele è la fuoriuscita di tessuto (prevalentemente intestino) dalla cavità addominale per il cedimento della parete muscolo-fasciale che sostiene l’addome nella zona di pregresso intervento chirurgico. In genere tale condizione è la conseguenza di una ferita operatoria non richiusa perfettamente e con il tempo può determinare un allentamento dei tessuti da cui fuoriesce il peritoneo.

Altri fattori che possono determinare il laparocele sono:

  • sforzi prolungati;
  • tosse cronica con frequenti e violenti colpi di tosse (come nel caso di broncopneumopatie croniche ostruttive) che si riflettono sui muscoli addominali;
  • età avanzata, che porta alla lassità delle strutture muscolari;
  • sovrappeso e obesità;
  • precedenti infezioni della ferita.

Il laparocele, inoltre, è più frequente quando le incisioni chirurgiche sono di maggiore estensione.

Cura del laparocele

L’unica cura per il laparocele è l’intervento chirurgico che può essere eseguito con due procedure:

  1. Procedura di tipo tradizionale che utilizza la stessa cicatrice come via di accesso per intervenire chirurgicamente. Il laparocele viene collocato all’interno dell’addome e, in genere, si posiziona una rete di materiale sintetico per rinforzare la parete in cui si era verificato il cedimento dei tessuti che ha determinato l’ernia.
  2. Procedura che prevede l’utilizzo della chirurgia laparoscopica. L’intervento è meno invasivo, perché per accedere alla cavità peritoneale si utilizzano 3 o 4 piccole incisioni chirurgiche addominali per introdurre nella cavità addominale telecamera e strumenti chirurgici. Questa soluzione viene utilizzata in caso di laparocele di piccole dimensioni.

Quando rivolgersi al medico

Il laparocele si nota facilmente con l’autovalutazione in piedi di fronte allo specchio per vedere se c’è una tumefazione di forma rotonda oppure ovale nella zona addominale in cui c’è la cicatrice chirurgica del pregresso intervento. È bene subito rivolgersi al medico per valutare il gonfiore associato alla ferita chirurgica.

Consigli del farmacista

Dopo un intervento chirurgico all’addome, soprattutto quando la ferita è estesa, è bene:

  • avere un tempo adeguato di riposo limitando gli sforzi;
  • seguire le indicazioni dei medici e rispettare le visite programmate per la disinfezione e la pulizia della ferita.

Se l’intervento è stato particolarmente invasivo, può essere necessario fare un ciclo di fisioterapia con esercizi di riabilitazione per rinforzare la parete addominale.

Tiroidite

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Cos’è la tiroidite

La tiroidite è un’infiammazione della tiroide che ne provoca il rigonfiamento. Le patologie tiroidee, sia quella nodulare che le alterazioni della funzione, sono piuttosto frequenti negli adulti e negli anziani.

Le alterazioni della funzione tiroidea sono:

  • Ipotiroidismo. La tiroide produce una quantità ridotta di ormoni tiroidei. La causa più frequente di ipotiroidismo, la tiroidite cronica di Hashimoto, è autoimmune e la predisposizione genetica ha un forte ruolo nel determinarla.
  • Ipertiroidismo. La tiroide produce un’eccessiva quantità di ormoni tiroidei, con perdita di peso, tachicardia, sudorazione, nervosismo con esplosioni di rabbia. Può essere causata da una malattia autoimmune (morbo di Basedow) oppure da noduli tiroidei iperfunzionanti.

I principali tipi di tiroidite sono:

  • Tiroidite di Hashimoto, che è una patologia autoimmune.
  • Tiroidite post-partum, che si manifesta nei primi dodici mesi dopo il parto. Di solito il decorso di questo tipo di tiroidite è caratterizzato da una fase di ipertiroidismo seguita da una fase di ipotiroidismo.

Sintomi della tiroidite

I comuni segni della tiroidite infiammata includono una sintomatologia dolorosa:

  • Dolore e rigonfiamento alla base del collo
  • Dolore alla mandibola
  • Dolore alla gola
  • Dolore all’orecchio

Sintomi della disfunzione della tiroide

I sintomi sono diversi a seconda che la tiroide sia ipoattiva (ipotiroidismo) o iperattiva (ipertiroidismo).

Quando la concentrazione di ormone tiroideo si riduce, la cellule dell’organismo sono poco stimolate e i processi fisiologici dell’organismo rallentano. I segni che indicano che la tiroide è poco attiva possono essere:

  • Intolleranza al freddo
  • Stanchezza
  • Perdita di memoria
  • Tono dell’umore tendenzialmente depresso
  • Aumento di peso
  • Pelle secca

Le donne in età fertile hanno irregolarità mestruali fino all’amenorrea, mentre negli uomini disfunzione erettile. Altri disturbi legati all’ipotiroidismo sono:

  • Assottigliamento e perdita dei capelli;
  • Crampi muscolari;
  • Stipsi;
  • Edema a occhi, mani e piedi;
  • Comparsa di gozzo (aumento del volume della tiroide).

Sintomi di tiroidite dovuti a ipertiroidismo possono includere:

  • Ansia e irritabilità
  • Perdita di peso
  • Insonnia
  • Palpitazione
  • Debolezza muscolare
  • Intolleranza al caldo

I sintomi più frequenti sono nervosismo, cardiopalmo, sudorazione, intolleranza al caldo, stanchezza muscolare, diarrea e dimagrimento nonostante l’appetito aumentato. Spesso sono presenti disturbi sessuali come irregolarità mestruali (nelle donne) ed eiaculazione precoce (nei maschi).

Soprattutto nel morbo di Basedow, si possono verificare altri sintomi che riguardano gli occhi come bruciore, fotofobia ed la protrusione dei bulbi oculari (esoftalmo).

Cause della tiroidite

La causa più frequente della patologia tiroidea è la carenza di iodio, che può provocare:

  • deficit neurologici,
  • gozzo,
  • formazione di noduli,
  • ipertiroidismo.

Di conseguenza il più efficace mezzo di prevenzione delle malattie tiroidee consiste nel dare al proprio organismo un adeguato apporto di iodio nell’alimentazione.

Costituente fondamentale degli ormoni tiroidei, lo iodio viene introdotto con gli alimenti che, tuttavia, ne contengono basse concentrazioni. Per prevenire la carenza iodica è consigliato seguire un’alimentazione quotidiana che sia il più possibile varia e comprenda il consumo di cibi a più alto contenuto di iodio, come pesce, latte e formaggi.

Per prevenire la carenza di iodio è comunque necessario che ne venga aggiunta una quantità come integrazione agli alimenti stessi. Un valido soluzione è quella di utilizzare sale arricchito di iodio, ossia il sale iodato.

Tiroidite di Hashimoto

La tiroidite di Hashimoto (tiroidite cronica autoimmune) è il tipo più comune di tiroidite. Chiamata così per il fisico giapponese Hakaru Hashimoto, che per primo la scoprì nel 1912, la tiroidite di Hashimoto è la più comune causa di ipotiroidismo. Infatti, questa patologia rende le cellule tiroidee non più in grado di convertire lo iodio dell’ormone tiroideo provocando un meccanismo di compensazione della ghiandola che si allarga. La ghiandola tiroidea mantiene comunque la capacità di trattenere lo iodio anche se ha perso la sua abilità di produrre l’ormone tiroideo.

Il trattamento della tiroidite di Hashimoto prevede l’assunzione di ormoni tiroidei allo scopo di prevenire o correggere l’ipotiroidismo incipiente. Nella maggior parte dei casi, la ghiandola tiroidea tenderà a diminuire una volta iniziato il trattamento ormonale.

Trattamento e rimedi per la tiroidite

La cura per l’ipotiroidismo di solito prevede l’assunzione di farmaci per via orale con lo scopo di reintegrare l’ormone tiroideo. Il dosaggio farmacologico diminuisce mano a mano che il metabolismo torna a funzionare normalmente.

Per il trattamento dell’ipertiroidismo si interviene solitamente con medicinali anti-tiroidee per abbassare la quantità di ormoni prodotti dalla tiroide. Talvolta, si richiede anche l’assunzione di una forma di iodio radioattivo per ridurre i sintomi di tiroidite.

Quando rivolgersi al medico

In caso di comparsa dei sintomi caratteristici, è bene rivolgersi al medico. Per avere una diagnosi di patologie e alterazioni della funzione tiroidea è necessario effettuare degli esami ematici.

Consigli del farmacista

Una dieta contenente iodio aiuta a ridurre le alterazioni della funzione tiroidea. Le alghe marine e l’olio di cocco sono fonte di iodio. Può influire positivamente sul benessere della ghiandola tiroidea anche il selenio, un potente antiossidante contenuto negli arachidi, nei fagioli, nel mais, nelle lenticchie, nei pistacchi.

Oltre all’alimentazione, anche la frequenza dei pasti e la lontananza tra un pasto e un altro influenza l’attività della tiroide: durante il digiuno diminuisce la sensibilità dei tessuti nei confronti degli ormoni tiroidei.

Cisti ovarica

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Cos’è la cisti ovarica

Le cisti ovariche sono sacche di piccole dimensioni piene di liquido o solide che si sviluppano sulla superficie delle ovaie o al loro interno.

Lo sviluppo di cisti e fibromi ovarici può essere favorito da alterazioni ormonali.

Se si forma un gran numero di piccole cisti nelle ovaie si tratta della sindrome dell’ovaio policistico che può portare a un ingrandimento delle ovaie e causare infertilità.

Altri tipi di cisti ovariche sono:

  • Cisti dermoide, che sono delle piccole sacche sulle ovaie e possono contenere capelli, grasso e altri tessuti.
  • Cisti adenomi, che si possono sviluppare sulla superficie esterna delle ovaie.
  • Endometriomi, dei tessuti che normalmente crescono all’interno dell’utero, ma che invece sviluppandosi fuori dall’utero e collegandosi alle ovaie, causano una cisti.

Sintomi delle cisti ovariche

Quando la cisti cresce si avvertono sintomi come:

  • gonfiore addominale;
  • dolore pelvico e alle ovaie prima o durante il ciclo mestruale;
  • rapporti sessuali dolorosi;
  • dolore nella parte bassa della schiena o a livello delle cosce;
  • nausea e vomito.

Sintomi più gravi di cisti ovariche includono:

  • dolore pelvico acuto;
  • febbre;
  • svenimento;
  • vertigini;
  • respirazione accelerata.

Questi sintomi possono indicare una rottura delle cisti o una torsione ovarica. Entrambe le complicazioni possono avere gravi conseguenze se non trattate precocemente.

Cause della cisti ovarica

Sono diversi i fattori che causano la formazione di cisti ovariche.

  • Cisti funzionali – Durante l’ovulazione si possono formare delle cisti dette che si risolvono spontaneamente nel giro di poche settimane.
  • Cisti emorragiche – Le cisti possono contenere sangue legato a lesioni o perdite di piccoli vasi sanguigni nel sacco uovo.
  • Cisti luteiniche – Sono legate al ciclo mestruale.
  • Endometriosi – L’endometriosi è una condizione in cui le cellule crescono all’interno dell’utero invece di crescere fuori da esso. Se l’endometriosi coinvolge l’ovaio, l’area di tessuto endometriale può crescere e sanguinare.
  • Ovaio policistico – si manifesta con l’aumento delle dimensioni delle ovaie, la mancanza di ovulazione e una disfunzionalità ormonale.

Cisti ovariche in menopausa

Le prospettive per le donne in premenopausa con cisti ovariche sono buone perchè la maggior parte delle cisti scompaiono nel giro di pochi mesi. Tuttavia, le cisti ovariche possono presentare recidive in donne in pre-menopausa e donne con squilibri ormonali.

Una volta che una donna entra in menopausa, si prevede che le ovaie diventino inattive. Mentre hanno un livello inferiore di attività, sono ancora in grado di produrre cisti. Fortunatamente, la maggior parte di questi sono benigni e non hanno bisogno di terapia.

È importante distinguere le cisti ovariche che possono essere monitorate con ripetute ecografie da masse che devono essere valutate chirurgicamente a causa del loro elevato rischio di cancro ovarico precoce.

Cisti ovarica in gravidanza

Alcune cisti ovariche, se non trattate, possono provocare la diminuzione della fertilità. Tale conseguenza si ha in caso di:

  • endometrioma,
  • cisti dovute alla sindrome dell’ovaio policistico,
  • cisti funzionali, cisti dermoidi e cistoadenomi di grandi dimensioni.

Se il medico scopre una cisti ovarica durante la gravidanza, il trattamento dipende dal tipo o dalla dimensione di cisti.

Quando operare per la cisti ovarica

La maggior parte delle cisti è benigna e non richiede l’intervento chirurgico. Tuttavia, potrebbe essere necessario operare se la cisti:

  • ha i contorni irregolari e potrebbe essere una cisti cancerosa,
  • si rompe o subisce torsione,
  • è più grande di 5 centimetri di diametro.

In menopausa potrebbe essere necessario un intervento chirurgico per rimuovere ed esaminare la cisti. Questo perché il rischio di sviluppare cisti cancerose o il cancro alle ovaie aumenta quando le ovaie interrompono la produzione di estrogeno e progesterone.

Intervento per la cisti ovarica

Per la rimozione chirurgica di cisti ovariche si interviene in laparoscopia, una tecnica chirurgica poco invasiva effettuata sull’addome. L’operazione è effettuato in anestesia generale e può essere di tipo:

  • Demolitivo: viene asportata sia la ciste che l’ovaio. Questo intervento viene effettuato nei casi più gravi, con cisti molto grandi o di natura tumorale.
  • Conservativo: prevede la rimozione della sola ciste e permette di conservare la funzionalità dell’ovaio. L’intervento durata circa 60 minuti e ha un decorso post-operatorio breve, per questo motivo è previsto un ricovero per 24-48 ore.

Il trattamento per la cisti ovarica

Il medico può consigliare un trattamento per ridurre o rimuovere la cisti se non scompare spontaneamente o se tende a crescere. La cura farmacologica prevede l’utilizzo delle pillole anticoncezionali per fermare l’ovulazione e prevenire lo sviluppo di nuove cisti.

Rimedi naturali per la cisti ovarica

Oltre alla terapia farmacologica, si possono alleviare il dolore cistico e crampi mestruali con rimedi naturali, come:

  • Terapia termica da praticare con un cuscinetto riscaldante.
  • Bagni caldi con l’aggiunta di sali contribuiscono a rilassare i muscoli.
  • Aggiungere nella dieta le mandorle, che sono ricche di magnesio, un valido aiuto contro il dolore cronico.

Quando rivolgersi al medico

Se si avvertono i sintomi della cisti ovarica è bene fare una visita di controllo ginecologico. Il medico può rilevare una cisti ovarica durante un’ecografia pelvica o transvaginale.

Consigli del farmacista

Per dare sollievo in caso di dolori mestruali e crampi addominali si tisane di:

  • Camomilla, che ha proprietà antinfiammatorie e può aiutare a ridurre l’ansia.
  • Zenzero e limone, per ridurre l’infiammazione e alleviare il dolore.

Sclerodermia

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Cos’è la sclerodermia

La sclerodermia è una malattia autoimmune (ossia i tessuti del corpo sono attaccati dal proprio sistema immunitario) del tessuto connettivo caratterizzata da ispessimento della cute e degli organi interni, malattie dei vasi sanguigni e sistema immunitario iperattivo.

La sclerodermia colpisce soprattutto le donne tra i 30 e i 50 anni. Ci sono due tipologie di sclerodermia:

  • Sclerodermia sistemica o diffusa. Questo tipo di sclerodermia colpisce varie aree del corpo, danneggiando i vasi sanguigni, gli organi interni e il tratto digestivo.
  • Sclerodermia localizzata. La sclerodermia colpisce soltanto la pelle.

Sintomi della sclerodermia

La sclerodermia presenta dei sintomi che possono coinvolgere:

  • pelle;
  • vasi sanguigni;
  • pressione arteriosa;
  • esofago;
  • polmoni;
  • intestino crasso.

I sintomi di scleroderma variano a seconda dell’area del corpo che risulta colpita.

  • Pelle − La pelle si indurisce e compaiono macchie ovali o lineari su tronco o arti.
  • Cuore, polmoni o reni
  • Dita delle mani o dei piedi − La sclerodermia sistemica si manifesta con la malattia di Raynaud, che causa la contrazione dei piccoli vasi sanguigni nelle dita delle mani e dei piedi in caso di temperature fredde o stress emotivo. In tal modo le dita delle mani o dei piedi possono diventare di colore bluastro o risultare dolorose e poco sensibili.
  • Sistema digestivo − La sclerodermia può causare una varietà di sintomi digestivi, a seconda di quale parte del tratto digestivo è interessato. Se la sclerodermia colpisce l’esofago, i sintomi sono bruciore di stomaco o difficoltà nella deglutizione. Se è colpito l’intestino, si hanno crampi, gonfiore, diarrea o stitichezza.

Cause della sclerodermia

Non si conosce la causa della sclerodermia. Diversi fattori combinati si ritiene che possano influenzare lo sviluppo della sclerodermia.

  • Ereditarietà di alcuni geni.
  • Fattori ambientali. L’esposizione ad alcuni virus o farmaci e l’esposizione ripetuta a determinate sostanze nocive o a sostanze chimiche.
  • Problemi del sistema immunitario.

Sclerodermia sistemica

La sclerodermia sistemica provoca un ispessimento della pelle delle estremità di viso e tronco (torace, schiena, addome o fianchi) caratterizzata da una prima fase infiammatoria, seguita da un ispessimento cronico.

La sclerodermia sistemica può provocare la pressione alta e colpire organi quali:

  • esofago;
  • intestino;
  • polmoni;
  • cuore;
  • reni.

Sclerodermia localizzata

La sclerodermia localizzata comporta un ispessimento cutaneo limitato alla pelle delle dita (sclerodermia alle mani) e del viso (sclerodermia del viso).

Le conseguenze della sclerodermia localizzata sono:

  • Calcinosi. Per la formazione di piccoli depositi di calcio, la pelle risulta dura e coperta in superficie da aree biancastre, specialmente su gomiti, ginocchia e dita.
  • Fenomeno di Raynaud. I piccoli vasi arteriosi che riforniscono di sangue dita, piedi, naso, lingua, orecchie diventano blu, bianche e poi rosse in condizioni estreme di freddo, caldo o stress emotivo.
  • Malattia dell’esofago, ossia il mal funzionamento del muscolo nei due terzi inferiori dell’esofago, causando bruciore di stomaco e infiammazione.
  • Sclerodattilia. Si tratta dell ispessimento localizzato e della contrazione della pelle delle dita delle mani o dei piedi che può causare gravi limitazioni dei movimenti degli arti.
  • Teleangectasie. Si creano piccole aree rosse con capillari dilatati su viso, mani e bocca nella zona dietro le labbra.

Diagnosi per la sclerodermia

La diagnosi della sclerodermia prevede:

  • Esami del sangue per verificare livelli elevati di alcuni anticorpi prodotti dal sistema immunitario;
  • Prelievo di un campione della pelle per un esame di laboratorio;
  • Altri esami del sangue ed ecografie per controllare se il sistema digestivo, il cuore o i polmoni risultano colpiti e danneggiati da sclerodermia.

Trattamento e rimedi per la sclerodermia

Il trattamento per la sclerodermia è volto a controllare i sintomi della malattia e prevenire le complicazioni.

  • Trattamento dei cambiamenti della pelle − Creme steroidee o pillole contribuiscono a ridurre il gonfiore e il dolore articolare, oltre che a migliorare l’irrigidimento della pelle rigida.
  • Dilatazione dei vasi sanguigni − Alcuni farmaci per la pressione sanguigna vengono utilizzati per prevenire i problemi polmonari e contribuire al trattamento della malattia di Raynaud.
  • Riduzione dei sintomi digestivi − Per alleviare il bruciore di stomaco si prescrive l’assunzione di pillole per ridurre l’acido gastrico. Inoltre vengono prescritti antibiotici e farmaci che aiutano la motilità intestinale, riducono il gonfiore e contrastano disturbi come diarrea e stitichezza.
  • Prevenzione delle infezioni − Vengono utilizzate pomate antibiotiche in caso di ulcere cutanee alle dita causate dalla malattia di Raynaud. Anche il vaccino antinfluenzale può aiutare a proteggere i polmoni danneggiati da sclerodermia.
  • Riduzione del dolore con degli antidolorifici.

Il trattamento di fisioterapisti o terapisti occupazionali può aiutare a:

  • Gestire il dolore
  • Migliora la forza e la mobilità

Quando rivolgersi al medico

Ai primi segni della malattia, si consiglia di rivolgersi al medico per evitare le complicanze sclerodermiche.

Consigli del farmacista

Alle persone affette da sclerodermia, si consiglia di:

  • Mantenere la temperatura degli ambienti in cui si vive non più bassa di 20 °C,
  • Coprire sempre le estremità,
  • Mantenere una posizione semiseduta durante il riposo in modo da evitare il reflusso gastroesofageo.

Gotta

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Cos’è la gotta

La gotta è un’artrite infiammatoria acuta che si manifesta in genere con rapida comparsa di dolore intenso, arrossamento e gonfiore articolare.

Tale malattia infiammatoria, che di solito colpisce l’alluce ma anche altre zone (polsi, caviglie, talloni, ginocchia), si verifica quando si depositano nelle articolazioni i cristalli di acido urico, una sostanza di scarto prodotta dai reni durante il processo di metabolismo.

Quando la malattia evolve diventando cronica, i cristalli di acido urico tendono a depositarsi in maggior concentrazione creando dei tofi.

Sintomi della gotta

I sintomi della gotta si sviluppano rapidamente in poche ore e di solito persistono per 3-10 giorni. Il sintomo caratteristico della gotta è un dolore articolare acuto. Nella zona dell’articolazione colpita si possono manifestare altri sintomi come:

  • Infiammazione,
  • Gonfiore,
  • Pelle rossa e lucida,
  • Prurito e desquamazione.

Sintomi della gotta al piede

La gotta al piede si riconosce dal dolore intenso (specialmente all’alluce) accompagnato da gonfiore e arrossamento. Gli attacchi durano di solito per alcuni giorni e poi vanno via progressivamente.

Cause della gotta

La gotta è dovuta a un accumulo di acido urico nel sangue (iperuricemia). Se si produce troppo acido urico o non si espelle in modo corretto, questo si accumula e può causare la formazione di cristalli. Questi cristalli creano una reazione da parte del sistema immunitario, che provoca il dolore e l’infiammazione propri della gotta.

La probabilità di sviluppare la gotta è maggiore se aumenta la quantità di acido urico nel sangue. Oltre allo stile di vita e alla dieta, anche determinate condizioni mediche provocano l’aumento dei livelli di acido urico, come:

  • Psoriasi;
  • Pressione alta (ipertensione);
  • Diabete;
  • Ridotta funzionalità renale, per esempio se si soffre di insufficienza renale;
  • Iperlipidemia, ossia alti livelli di grassi e colesterolo nel sangue;
  • Malattie vascolari con ispessimento delle arterie.

Possono aumentare i livelli di acido urico e il rischio di sviluppare la gotta anche alcuni farmaci, tra cui:

  • Aspirina,
  • Farmaci chemioterapici per curare un tumore,
  • Diuretici per trattare la pressione alta,
  • Niacina per curare il colesterolo alto.

Dieta per la gotta

Una volta risolto lo stadio acuto della patologia, l’obiettivo del trattamento è quello di mantenere normali livelli di uricemia, con una terapia per prevenire l’insorgenza di nuovi attacchi ed evitare che si formino dei tofi e che la gotta diventi cronica.

Per ridurre i livelli di acido urico e prevenire gli attacchi di gotta si può intervenire con una dieta specifica. Ci sono alcuni alimenti che potrebbero essere fattori scatenanti la gotta, perché aumentano la produzione di acido urico. In particolare si consiglia di ridurre l’apporto di alcuni alimenti quali:

  • Carne rossa;
  • Frutti di mare;
  • Alcuni tipi di verdure come asparagi;
  • Legumi;
  • Integratori o alimenti che contengono estratto di lievito;
  • Birra.

Inoltre, è importante mantenere il peso corporeo entro i limiti, perché il sovrappeso porta ad aumentare i livelli di acido urico in modo significativo.

È importante bere almeno 2 litri di acqua al giorno, perché mantenersi ben idratati riduce il rischio di formazione di cristalli nelle articolazioni.

Come curare la gotta

I farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) sono raccomandati come trattamento iniziale dei sintomi della gotta, perché agiscono riducendo i livelli di dolore e infiammazione.

Se i FANS risultano inefficaci nel trattare i sintomi, di solito viene prescritta la colchicina oppure i corticosteroidi, allo scopo di spegnere rapidamente l’infiammazione.

Quando rivolgersi al medico

Se non si cura la gotta, gli attacchi possono diventare più frequenti e prolungati con conseguente aumento della probabilità di subire danni permanenti alle articolazioni. Si consiglia quindi di rivolgersi ad un medico in caso di dolore intenso, infiammazione e gonfiore articolare.

Per diagnosticare la gotta è necessario sottoporsi ad alcuni accertamenti volti a misurare la quantità di acido urico nel sangue.

Dopo 4 o 6 settimane dall’attacco di gotta è di solito eseguito il test dell’acido urico sierico.

Per ulteriori indagini con lo scopo di trovare la causa del dolore articolare, si preleva dalla zona interessata un campione di liquido sinoviale, un liquido che aiuta a mantenere l’articolazione lubrificata. Se si è affetti da gotta, nel campione ci saranno cristalli di acido urico. Questo tipo di analisi porta ad escludere che all’origine dei sintomi ci sia un’altra forma di infezione, come l’artrite settica.

Consigli del farmacista

Durante un attacco di gotta, è importante:

  • Stare a riposo,
  • Tenere l’arto alzato rispetto al busto,
  • Raffreddare l’articolazione applicando un impacco di ghiaccio per circa 20 minuti.
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